Laureati e adesso? Aspettative professionali della generazione Z

di Giulia Casiraghi

La generazione Z, o almeno una sua parte, aspira a qualcosa di grande per se stessa e il proprio futuro. A chi non è mai capitato di pensare di avere delle aspettative troppo alte e positive rispetto alla media? Siamo noi a sbagliare o sono gli che azzardano poco?

Ci siamo già chiesti che cosa ricerca la generazione Z dall’azienda e che cosa, secondo noi, l’azienda ricerca dalla generazione Z. Adesso abbiamo provato a porci domande – scomode – sulle nostre aspettative professionali. Ha risposto un campione di sette giovani, quattro ragazze e tre ragazzi, tutti laureati o prossimi alla laurea, di età compresa tra i 23 e i 26 anni. Le interviste sono state condotte per via telematica, quindi non c’è stata influenza alcuna tra i partecipanti. L’articolo che segue deriva della rielaborazione, spesso anche citazione testuale, delle risposte fornitemi dagli intervistati.

Quali sono, ad oggi, le aspettative della generazione Z in ambito lavorativo?

Le risposte degli intervistati oscillano tra aspettative positive e negative, concrete e astratte. Le aspettative positive derivano per qualcuno dalla sicurezza di possedere le qualità che l’azienda ricerca. Qualcun altro, invece, confida nella ripresa economica che seguirà alla pandemia. Benché al momento non sappia bene cosa aspettarsi, tuttavia ha fiducia di poter trovare un buon lavoro.

All’opposto, le visioni più pessimistiche dipendono essenzialmente dalla pandemia in corso. Questa, infatti, renderebbe più difficile trovare lavoro, motivo per cui le aspettative rispetto a una forma contrattuale stabile, per esempio, sono molto basse.

In generale, comunque, la generazione Z si aspetta di poter avere un lavoro sicuro e interessante. Non solo perché questo è fonte di guadagno, ma anche perché è lo strumento per contribuire a un mondo migliore. L’ufficio, per esempio, dovrebbe essere un luogo in cui chiunque venga accettato in tutta la propria diversità e personalità.

Inoltre, credo di poter affermare con certezza che la generazione Z si aspetti di trovare un lavoro che possa coronare il suo percorso di studi, inizialmente collaborando con diversi contesti organizzativi. Questo le permetterebbe di ampliare i propri orizzonti, conoscere nuove realtà e crescere professionalmente. Non esclude, poi, la possibilità di trasferirsi all’estero, magari dopo aver accumulato una certa esperienza in Italia.

Non mancano da ultimo risposte più pragmatiche che si aspettano un’evoluzione dell’ambito lavorativo. In particolare (e qui cito) “eliminare la classica giornata di 8 ore per 5 giorni a settimana”, lavorare “in una location che favorisca il coworking e il confronto anche tra individui che non appartengono allo stesso settore, permettendo così la condivisione culturale e delle esperienze di vita”.

La generazione Z è una risorsa: perché sfruttarla senza ricompense?

La generazione Z sembra consapevole dello sfruttamento cui il giovane alle prime armi è sottoposto. Tant’è che, per il primo periodo, si aspetta una retribuzione bassa o nulla in vista di un guadagno maggiore per gli anni a venire. Eppure, e qui cito testualmente, la speranza è “che ci sia sempre più voglia di lasciar spazio ai giovani e alle loro capacità, che ci sia voglia di investire di più in loro, in noi”. Speriamo, insomma, che ci sia interesse nel nostro operato, che la generazione Z venga accolta nel mercato del lavoro e non sfruttata. Perché non riconoscere il nostro apporto anche solo minimamente, invece di darlo per scontato?

Come si vede tra 5 anni, quali obiettivi si augura di aver raggiunto? E tra 10?

Su questa domanda, sembra che tra la generazione Z ci sia un sostanziale accordo. Almeno quattro, infatti, sono gli obiettivi che tutti sperano di aver raggiunto entro cinque anni.

In primo luogo, aver fatto tante esperienze lavorative. Questo permetterebbe di fare chiarezza sulle proprie aspettative professionali, aiutando il giovane a trovare la propria strada. Il che apre agli obiettivi successivi, primo dei quali trovare un lavoro stabile, che piaccia, dia soddisfazione e sia fonte di stimolo costante.

Per la generazione Z, infatti, è importante essere dinamici, imparare e crescere costantemente. Continuare a istruirsi, tramite specializzazioni o corsi di formazione, è dunque parte integrante delle aspettative professionali dei giovani. Da ultimo, l’indipendenza economica è necessariamente una costante tra le risposte.

Carriera e famiglia non si escludono a vicenda

Vedere se stessi tra dieci anni non è operazione facile, ma sognare in grande non deve essere negato a nessuno. Perché precludersi un lavoro a tempo indeterminato in una realtà lavorativa rinomata? Sembra che ci siano sempre più giovani che hanno fatto carriera nell’ambito di loro interesse, venendo apprezzati per le loro competenze e il loro apporto.

L’aspettativa di tutti, infatti, è aver consolidato entro dieci anni la propria posizione lavorativa, riconosciuta anche economicamente, ed essere dunque completamente indipendenti. La generazione Z – se non altro il campione intervistato – spera di poter ricoprire posizioni rilevanti in un’azienda, non solo di avere un lavoro stabile e soddisfacente. Anzi, chi desidera la carriera e una famiglia numerosa non è disposto a rinunciare a nessuna delle due aspettative. Chi ha detto che debba per forza essere un aut aut?

Quali sono, se ci sono, le certezze della generazione Z sul mondo del lavoro?

È difficile, al momento, avere certezze sul mondo del lavoro. Ad oggi, l’unica sicurezza che la generazione Z sente di avere, nel bene e nel male, è legata al continuo cambiamento del mercato del lavoro. Infatti, un fattore determinante sarà senz’altro il cambiamento generazionale, che si spera tra qualche anno porterà un’ondata di freschezza e di novità. Questa evoluzione dovrebbe poter lasciare ai giovani sempre più spazio e responsabilità, mettendone in luce tutte le potenzialità.

Proprio per questo motivo, l’altra vera certezza è quella di dover (e cito) “sviluppare sempre di più la capacità di adattarsi alle richieste di un mondo lavorativo in costante cambiamento”. La concorrenza, infatti, sarà sempre più intensa e la generazione Z dovrà fronteggiarla con skills sempre più variegate.

Non manca, tuttavia, la sfiducia nel mercato del lavoro italiano, forse il motivo per cui si cerca di puntare sulle proprie caratteristiche individuali. Anche se, e cito di nuovo, “l’impegno, il sacrificio e il pensiero positivo, alla lunga sono delle certezze per fare bene in ogni ambito, se supportate da competenze personali e lavorative”.

Cosa invece la rende insicura o incerta?

Le risposte a questa domanda fanno riferimento a due categorie ben distinte: le aspettative sulla generazione Z e l’imprevedibilità del periodo storico che stiamo vivendo.

Quanto al primo punto, il timore è che il mondo del lavoro condivida sui giovani uno stereotipo secondo cui la generazione Z sarebbe composta di svogliati fannulloni, poco pronti al mondo del lavoro, che pensano di poter avere tutto e subito. Benché non sia una considerazione del tutto erronea, tuttavia (e qui cito) “è una generalizzazione estremamente inadeguata”. Infatti, non tiene in considerazione che invece ci sono giovani che “da sempre si rimboccano le maniche e lavorano sodo”.

La seconda grande incertezza è invece legata a quanto rapidamente e imprevedibilmente si stia evolvendo il mondo del lavoro in questi ultimi anni. La pandemia attuale, poi, non aiuta di certo a rassicurare i giovani che stanno per intraprendere una carriera professionale. Già sentire che oggi tanti stanno perdendo il proprio posto di lavoro non è per nulla favorevole a placare i dubbi della generazione Z. Se poi si aggiunge anche il pensiero costante della concorrenza, la situazione si aggrava. Ci sono tanti giovani con una buona educazione che pretendono un lavoro che li ripaghi dei loro sforzi e (cito) “a volte sembra che non ce ne sia abbastanza per tutti. Anche trovare un lavoro sicuro e a lungo termine non sembra facile”.

La sfiducia nei confronti del panorama italiano, poi, permane. Per quanto si possa amare questo Paese, non si può nascondere che abbia tanti difetti e che non sia al passo con i tempi per quel che riguarda il mondo del lavoro. L’occupazione giovanile e la disuguaglianza di trattamento tra classi sociali restano un problema: ci sono tante contraddizioni e a volte bisogna anche sapersi reinventare e accontentare.

Quali esperienze lavorative ha avuto, fino ad oggi, la generazione Z?

Tutti hanno avuto esperienze lavorative, di tirocinio, volontariato, o piccoli lavori. E tutti ne hanno tratto degli insegnamenti, sotto diversi aspetti. Innanzitutto, hanno accresciuto il loro ottimismo verso (e qui cito) “la possibilità di trovare lavoro e di reinventarsi”. Allo stesso tempo, però, hanno reso la generazione Z più pessimista sull’opportunità di avere un contratto di lavoro stabile.

Tuttavia, proprio grazie alle esperienze fatte, i giovani hanno compreso che ci sono tante strade professionali possibili da intraprendere e che non ce n’è una giusta da seguire. Le esperienze lavorative permettono di fare una serie di considerazioni. In primo luogo servono a capire che cosa vogliamo e che cosa invece non vogliamo. È possibile, infatti, che ciò che avevamo previsto per il nostro futuro non sia poi quello che davvero desideriamo per noi.

Le esperienze lavorative, inoltre, permettono alla generazione Z di fare chiarezza su ciò per cui è disposta ad accontentarsi, sia in termini di mansioni che in termini di ambiente lavorativo. Da ultimo, illuminano su come le enormi potenzialità dei giovani vengano (e qui cito) “riconosciute e apprezzate anche da veterani e grandi imprenditori, che da anni lavorano in maniera impeccabile”.

In cosa è riposta l’utilità delle esperienze lavorative?

Le esperienze, anche le più disparate e lontane dal proprio percorso formativo o professionale, sono state fonte di apprendimento per la generazione Z. Infatti, hanno permesso di capire come rapportarsi al mondo del lavoro per riconoscerne le opportunità, di crescere come persone e soprattutto di creare una rete di contatti per aprirsi a nuove possibilità.

Sia che si trattasse di “lavoretti”, sia che fossero lavori più seri o comunque coerenti con le proprie aspirazioni professionali, ognuno ha insegnato qualcosa. Dai cosiddetti lavoretti, infatti, si imparano abnegazione, sacrifico e, perché no?, (e qui cito) “la soddisfazione nel ricevere una ricompensa per il proprio impegno”.

Grazie ai lavori più seri, invece, si possono conoscere meglio una realtà lavorativa, quale ad esempio l’ufficio, e tutto ciò che essa comporta: coordinazione, comunicazione, organizzazione con tempi e obiettivi. Inoltre si impara a relazionarsi meglio con gli altri, a capire che cosa dire, quando parlare e quando invece stare in silenzio e ascoltare. In generale, quindi, si può dire che la generazione Z consideri come positive le esperienze lavorative.

Quanto la generazione Z è determinata a raggiungere i propri obiettivi?

La generazione Z appare divisa tra chi è disposto ad accettare compromessi per poter essere economicamente indipendente e chi, la contrario, per inseguire i propri sogni non ha nessuna intenzione di accontentarsi.

Qualcuno, infatti, sarebbe disposto a scendere a patti con i propri sogni. Ammesso però che il lavoro che svolge sia coerente con i suoi valori, che sia ben retribuito, e che l’ambiente lavorativo sia piacevole e rispettoso. È ovvio che tutti vorremmo raggiungere i nostri obiettivi, però è anche importante essere realistici. “Raramente si inizia con un lavoro che sembra perfetto e chi ti permette di raggiungere tutti gli obiettivi. È piuttosto un processo”.

Proprio per questo motivo, nel breve termine, la generazione Z potrebbe essere disposta a mettere da parte le proprie aspirazioni per cominciare a guadagnare qualcosa. Ciò non significa, però, abbandonare del tutto i propri sogni: la possibilità di recuperarli in seguito è sempre aperta. Infatti, benché aspiriamo a una professione che ci faccia sentire realizzati e (cito) “faccia andare a lavorare senza mal di stomaco”, potremmo accantonare i nostri desideri per raggiungere dapprima una certa indipendenza. Ciò, comunque, non esclude di poter rispolverare sogni e desideri una volta che l’indipendenza sia stata raggiunta.

L’altra faccia della medaglia, invece, mostra una generazione Z determinata e nient’affatto disposta a scendere a compromessi. “In questa fase della mia vita sento di non dovermi accontentare e di cercare cosa mi piace davvero”, “ho faticato tanto e lo sto facendo tuttora”. Perché allora dovremmo accettare di accontentarci se siamo consapevoli del nostro valore?

È anche vero, però, che le priorità, nella vita, cambiano continuamente. In futuro, infatti, potrebbero presentarsi esigenze maggiori. La necessità di essere completamente indipendenti, non per niente, è sempre al primo posto. Tant’è che non escludiamo di dover scegliere un lavoro che, pur non rispecchiando appieno le nostre aspettative, ci permetta di coniugare esigenze lavorative e vita privata.

Sono sempre tanti i dubbi che ci assalgono, continuamente (e qui cito): “Quanto avrò davvero la possibilità di fare ciò? Di non accontentarmi e di combattere per quello che sogno di fare?”. Per quanto possiamo impegnarci, purtroppo, restano delle variabili imprevedibili e indipendenti dal nostro volere, il mercato del lavoro in primis. E poi, chi si prenderà l’onere di farci da maestro?

Quanto, invece, la generazione Z sarebbe disposta a sacrificare una buona posizione per inseguire i suoi sogni?

Il proverbio dice: “chi lascia la svia vecchia per la nuova, sa quel che lascia, e non sa quel che trova”. Quanto, dunque, la generazione Z è disposta a rischiare? Accetterebbe di sacrificare una buona posizione per intraprendere una carriera che davvero la soddisfi e rispecchi la sua professione ideale, con tutte le incertezze che un salto nel buio comporta?

Il primo passo è essere davvero sicuri della propria scelta. Però resta difficile a dirsi. “Penso che non si possa sapere esattamente fino al momento in cui non ci si trova davvero in una determinata situazione. Dipende dal grado di rischio e su chi o cosa avrà delle ripercussioni un possibile fallimento di questo nuovo percorso”. Certo, adesso che siamo giovani e non dobbiamo pensare che a noi stessi, potrebbe essere più facile.

Non avendo famiglia e figli da mantenere o mutui da pagare, la priorità è avere un lavoro che ci soddisfi. Il lavoro, infatti, rappresenta la gran parte della nostra vita. Quindi, al momento, avendo la possibilità di rischiare, una buona posizione è sacrificabile. Lo sguardo al futuro, comunque, non manca. Se, ad oggi, si è disposti a fare dei sacrifici in termini economici, un domani “altre esigenze potrebbero emergere e confliggere con i desideri lavorativi”.

C’è poi chi è più coraggioso e si dice “sempre disposto a intraprendere nuove strade, anche perché è l’unico modo per progredire e avanzare”. Solo il cambiamento, infatti, permette di trovare nuovi stimoli e quindi di crescere, tanto dal punto di vista professionale che personale. Però dovremmo sognare sempre coi piedi per terra. È importante, infatti, saper ponderare le incertezze della eventuale futura occupazione lavorativa, evitando così di rincorrere una chimera.

Cos’è prioritario ad oggi per la generazione Z, essere soddisfatta o guadagnare?

È chiaro che tutti ci auguriamo di poter fare il lavoro che desideriamo. Se poi questo è anche remunerativo si rasenta la perfezione. La generazione Z, però, non sembra poi così interessata al denaro, in favore di una soddisfazione personale tutta platonica.

Eppure, posta di fonte a una scelta, le sue credenze sembrano vacillare. Come si fa a scegliere tra (soprav)vivere facendo un lavoro che non ci piace ed essere soddisfatti delle proprie scelte pur faticando a far quadrare i conti a fine mese?

L’equilibrio è la chiave. Infatti, per la generazione Z, la soluzione ideale è che vi sia un bilanciamento tra le parti, entrambe di fondamentale importanza. Insomma, e qui cito, “trovare un lavoro che sia almeno un po’ soddisfacente e avere un reddito sicuro e sufficiente”. Soddisfazione e guadagno, dunque, non si escludono a vicenda. “Non accetterei mai un lavoro totalmente lontano da me anche se sicuro, ma nemmeno accetterei il lavoro più vicino a me con l’incertezza di arrivare a fine mese”.

La soddisfazione propria e dei propri cari, certo, è sempre al primo posto per tutti gli intervistati. Però è pur vero che “anche il lavoro della vita, se non ti permette di arrivare a fine mese, diventa brutto. E a sua volta il lavoro più brutto, se però ti permette di diventare milionario, diventa più bello”.

Resta fermo, comunque, che lavorare solo per portare a casa lo stipendio genera insoddisfazione, tanto sul piano professionale quanto sul piano personale. “Di conseguenza”, e qui cito, “la soddisfazione a livello lavorativo è un aspetto che può migliorare la vita degli individui e quindi contribuire a uno stato di benessere individuale”.

La generazione Z sa già quello che vuole?

Quanto tempo vorrebbe concedersi per capire cosa fare da grande e raggiungere i propri obiettivi? Si porrebbe mai un limite del tipo: “se entro un certo anno non ho raggiunto questi obiettivi o non ho trovato quello che cercavo, rinuncio e mi accontento di quello che mi capita”? Gli intervistati, su questo punto, sono nettamente divisi.

Da un lato, infatti, c’è chi sostiene che, superati i vent’anni, si debba avere almeno una vaga idea del proprio futuro professionale. È vero che la vita è imprevedibile e precludersi la possibilità di cambiare idea potrebbe essere uno sbaglio, però è giusto anche porsi dei limiti ragionevoli. Entro i primi due o tre anni di lavoro, dunque, si spera di aver concretizzato una prima parte del proprio percorso di vita e cominciare a inserirsi nel mondo del lavoro. Certo, arrivati a trent’anni, sarebbe ideale sapere con certezza che cosa fare del proprio futuro.

Però, non è escluso che le due cose non possano andare di pari passo. Infatti, e cito, “c’è sempre la possibilità di inseguire i propri sogni e nel mentre accontentarsi di un’occupazione occasionale che possa permettere di diventare grandi”. Darsi degli obiettivi, quindi, impedisce di accontentarsi, in virtù di un continuo miglioramento di sé.

Forse, tuttavia, dei continui fallimenti potrebbero portare ad accontentarsi. Al punto da decidere, magari, di cambiare strada se entro un certo periodo non si sono raggiunti i propri obiettivi. Tuttavia nella vita è necessario concedersi del tempo. Tempo (cito) “per imparare, per sbagliare e per trovare la propria strada: non è possibile stabilire a priori il proprio percorso di vita (professionale e non)”. Forse sarebbe meglio vivere alla giornata, specie se siamo sempre alla ricerca di nuove opportunità che ci soddisfino.

Eppure, la pressione sociale è alta. Sarebbe ideale, invece, “che la società avesse una percezione diversa su questo tema. Che fosse normale cambiare strada e vedere questo cambiamento come un modo di crescere”. Perché considerarlo per forza un errore?

Conclusioni

Il presente lavoro non ha alcuna pretesa di verità. Il campione scelto per le interviste era molto ristretto e rappresentante una piccola porzione di generazione Z, ovvero i neolaureati o laureandi. Tuttavia, nonostante l’eterogeneità del campione stesso, è emersa una sostanziale coerenza.

L’aspetto più saliente è determinato dal timore che le aziende abbiano della generazione Z un pregiudizio difficile da eliminare. Il secondo, invece, è legato all’idea per cui il lavoro non è solo fonte di guadagno, ma è anche e soprattutto strumento di realizzazione personale. Il desiderio di poter diventare chi vogliamo essere, insomma, ci appartiene e non sempre siamo disposti a metterlo da parte.

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